Disturbi d’ansia, questi “conosciuti”. Il Panico.

Negli ultimi anni, anche al di fuori degli ambienti medici e psicologici, si parla sempre di più di Disturbi d’Ansia (DA). Questa maggior esigenza di diffondere e ricevere informazioni è legata al clima economico-sociale di una società investita da innumerevoli fattori stressanti.

Una delle manifestazioni più diffuse dell’ansia è l“attacco di panico”. Quest’ultimo è definibile come un episodio ansioso acuto, spontaneo e improvviso, che insorge generalmente senza che la persona si trovi di fronte a una situazione temuta. Sappiamo, tuttavia, che i primi attacchi insorgono in momenti stressanti della vita di un individuo e che, una volta vissuta questa esperienza spiacevole, si creeranno inevitabili associazioni tra luoghi, situazioni e persone presenti nel momento dell’attacco, comportando spesso successivi “attacchi di panico situazionali”.

Tra i sintomi somatici (corporei) più comuni, abbiamo: sensazione di fiato corto, tachicardia, tremori, sudorazione, sensazione di soffocamento, nausea e disturbi addominali (esiste anche il “panico addominale”). Tra quelli cognitivi (mentali), invece, vi sono: paura di morire, d’impazzire o di fare qualcosa d’incontrollato, la sensazione di estraneità/ distanziamento dal contesto (derealizzazione) o da sé stessi (depersonalizzazione). Queste sensazioni non si sviluppano in modo lento, ma raggiungono il picco nel giro di 10 minuti e questo, oltre alla carica e al numero dei sintomi, li differenzia dalle crisi d’ansia.

Un attacco di panico può rimanere isolato nella vita di un individuo, oppure può esser seguito da altri attacchi, in questo caso si parla di “Disturbo di Panico” (DP). Le persone con DP mostrano anche una costante ‘ansia anticipatoria’ verso la possibilità di nuovi attacchi e una significativa alterazione del funzionamento sociale.

Il DP può esser accompagnato, o meno, da “Agorafobia”, definibile come la paura di trovarsi in luoghi nei quali si teme di non poter essere visti e soccorsi in caso di attacco di panico (es. enormi piazze, etc.) o dai quali non si può facilmente scappare quando si sente arrivare la forte sintomatologia ansiosa (es. metropolitane affollate, etc.).

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La scienza sta facendo molto per scoprire le cause genetiche e ambientali del DP. Già dal 2001, si sa che ‘la fame d’aria’ dei soggetti con DP viene regolata dagli stessi meccanismi che, in condizioni normali, permettono di reagire agli stimoli di soffocamento.

Gli esperti hanno localizzato i meccanismi che rispondono in maniera eccessiva alle concentrazioni di anidride carbonica nei recettori muscarinici del midollo allungato (Battaglia e collaboratori, 2001). Esistono farmaci capaci di mettere in ‘stand-by’ questi recettori, portando i pazienti a comportarsi esattamente come farebbe una persona senza “panico”. Gli stessi ricercatori, in una ricerca del 2009, hanno anche individuato una relazione tra il Disturbo d’Ansia da Separazione (un disturbo evolutivo) e il Disturbo di Panico, dimostrando che il distacco, anche da un solo genitore, aumenta nei bambini ‘geneticamente vulnerabili’ (con aumentata sensibilità alla CO2), il rischio di sviluppare attacchi di panico in età adulta (Battaglia e collaboratori, 2009).

Per cui esperienze precoci di distacco renderebbero più vulnerabile un sistema. Questo è solo uno dei possibili scenari, ma è necessario rendersi conto che i disturbi più complessi si sviluppano sempre nel gioco interattivo tra variabili biologiche e ambientali. Ecco perché oggi, con tutto lo stress che “respiriamo”, questo e altri Disturbi d’Ansia sembrano essere così prevalenti. Cambia la società, cambia la valenza delle psicopatologie.

Siamo dunque di fronte ad un disturbo estremamente spiacevole che causa un notevole disagio a chi ne soffre. Merita una sensibilità adeguata, nonché un approccio integrato psichiatrico e psicoterapeutico, al fine non solo di calmare la sintomatologia, ma di individuare le cause sottostanti, in termini di emozioni e pensieri disfunzionali.

“Niente panico”, oggi gli specialisti possono fare tanto. Il primo passo è la condivisione, l’aprirsi e il chiedere aiuto.

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